diabolus in musica

Espressione in lingua latina (‘diavolo in musica’) coniata in teoria musicale, in epoca medioevale, per indicare il cosiddetto “tritono”. Quetso è un intervallo musicale che impegna, appunto, tre toni e comporta una particolare difficoltà nell’esecuzione. Fu considerato una “dissonanza” anche nei secoli successivi, al punto da essere escluso dai programmi di insegnamento o preso in considerazione in casi del tutto eccezionali.

Lascia un commento »

Atlantide

Grande isola, di collocazione ignota, che sarebbe stata la culla di una civiltà sofisticata e tecnologicamente avanzata, precedente di molti secoli quella cretese ed egiziana. Un immane cataclisma avrebbe poi inabissato l’isola, di cui sarebbero rimaste tracce soltanto nella letteratura e nella mitologia. Di Atlantide parla anche Platone, nel Crizia e nel Timeo. Il mito di Atlantide ha ispirato filosofi e letterati: Nuova Atlantide di Bacone, Atlantide di Benoit.

Lascia un commento »

Azoch

Per l’alchimia è la terra, madre di ogni cosa; oppure, a volte, la pietra calamilare (carbonato di zinco).

Lascia un commento »

Liceti, Fortunio

(Rapallo, 1577 ca. – Padova, 1657 ca.). Conosciuto con il nome latinizzato di “Licetus”, fu un uomo di studi erudito, in particolare in medicina. Fuanche professore di filosofia a Pisa e Bologna. Tra le sue opere: La nascita del’anima (De ortu animae , libri tres, 1606), Su coloro che vivono all’ungo senza mangiare alimenti (De his qui diu vivunt sine alimenta, libri IV, 1612), Sui fenimeni strani (De Monstris, 1668).

Lascia un commento »

Lullo, Raimondo

Nome italianizzato di Ramon Lull (Palma di Maiorca, 1235 ca. – ? 1315 ca.), scrittore, teologo e filosofo catalano, soprannominato “Doctor Illuminatus”. Non avendo ricevuto una formazione scolastica formale, il suo pensiero rimase aperto alle suggestioni di diverse tradizione, come la cabbalà, il neoplatonismo, la medicina e l’astrologia arabe. In seguito ad una “illuminazione” mistica, Lullo elaborò una sia “Ars Magna”, basata su principi combinatori e simbolici, che aveva l’ambizione di contenere i fondamenti di tutte le scienze. La natura combinatoria della sua “Arte”, che utilizzava cerchi concentrici sui quali erano segnate lettere dell’alfabeto, fa di Lullo uno degli anticipatori della moderna logica simbolica. Attraverso la combinazione di principi molto semplici (bontà, grandezza, saggezza, volontà, ect.) egli mirava a ottenere le basi dei ragionamenti tipici per risolvere tutti i problemi. Lullo riteneva che la sua arte non si limitasse ad ordinare le conoscenze note, ma che potesse proporne anche di nuove. La sintesi della sua dottrina fi raccolta in diversi libri: Ars compendiosa inveniendi veritatem (1273); Ars Magna Sciendi (1273); Ars generalis ultima (1305-08). Lullo ha lasciato una produzione ricchissima, anche in altri campi: sicuramente autentici, si conosco ben 243 scritti. La sua opera fu accolta con entusiasmo dagli umanisti, soprattutto da Giordano Bruno, e lo stesso Leibniz ne fu influenzato.

Lascia un commento »

Manfredi di Svevia

L’imperatore Enrico VI, figlio del Barbarossa, sposò Costanza d’Altavilla ultima erede del regno normanno, che entrò così a far parte dei domini imperiali. Il suo successore, Federico II di Svevia (1194-1250) re di Germania, d’Italia e di Sicilia, trasformò il regno di Sicilia in una forte monarchia e condusse una politica laica, progressista ed antipapale.

Nel 1258 divenne re di Sicilia, Manfredi, che nel 1260, a capo dei ghibellini, cacciati da Firenze dai guelfi, consentì il loro ritorno al governo della città.

Manfredi di Svevia
(1232-1266)

Figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia di Monferrato, era nipote dell’imperatrice Costanza d’Altavilla.

Alla morte del padre, nel 1250, fu incoronato re dell’Italia meridionale in nome del fratellastro erede legittimo, Corrado IV, che era in Germania.

Uomo bellissimo, intelligente, colto, traduttore del filosofo Aristotele, sposò Elena, una principessa bizantina.

Con la sua politica antipapale si attirò l’ostilità della Chiesa e fu, a più riprese, scomunicato (la scomunica aveva effetti religiosi e politici, perché escludeva dalla comunità ecclesiale e scioglieva dal giuramento di fedeltà i sudditi).

Il papa francese Clemente IV chiese l’intervento di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, per abbattere la potenza sveva nell’Italia meridionale.

Costanza d’Aragona (1249- 1302)

Una figlia di Manfredi, sposò Pietro d’Aragona, erede del regno di Spagna, a cui i siciliani offrirono la corona dopo la rivolta dei Vespri (1282), con la quale cacciarono gli Angioini dall’isola. Dei sui quattro figli, Federico divenne re di Sicilia nel 1296, e Giacomo succedette al padre sul trono di Spagna. Alla morte del marito, Costanza prese l’abito monacale delle Clarisse e diffuse nella corte aragonese la devozione francescana.

“Oh, empia crudeltà! Immane sterminio che eccede i limiti della natura, anzi, di qualsiasi creatura, e non risparmia sesso né perdona ad età! […] Un figlio viene ucciso tra le braccia della madre, un altro viene sgozzato sulle ginocchia del padre. Il marito è ucciso ai piedi della moglie, in presenza dei figli si seviziano le madri. Nulla vi è di sacro per questa soldataglia, neppure il diritto di asilo nel recinto delle chiede e dei monasteri.”

Lo spaventoso sacco di Benevento e delle terre circostanti durò otto giorni “sotto l’insegna della Croce e sotto il nome dei difensori della Chiesa”.

Saba Malaspina, pur ostile a Manfredi, descrive lo stato d’animo dei popoli dopo l’avvento di Carlo d’Angiò in Italia:

“Ciascuno sommessamente lamentandosi, quasi non osando parlare, diceva: “Oh, re Manfredi! Te vivo non abbiamo conosciuto e ora morto ti piangiamo. Ti credevamo un lupo rapace tra le pecore pascenti in questo regno, ma in confronto del presente dominio dal quale secondo la nostra consueta volubilità ci aspettavamo tanti vantaggi e che abbiamo desiderato, riconosciamo che tu eri un agnello mansueto. Sentiamo ora quanto erano dolci i tuoi ordini, ora che subiamo quelli così amari di un altro!”

La ferocia dei soldati di Carlo indignò perfino il pontefice, pur implacabile quando si era trattato di assicurarsi che nessun seguace di Manfredi fosse sfuggito dalle mani del vincitore.

La notizia della catastrofe di Benevento giunse alla regina Elena a Trani, dove si trovava con i suoi piccoli figli.

Erano quattro:
Beatrice, la primogenita di sei anni, e tre bambini maschi nati successivamente:
Federico,
Enrico,
Enzo.

Nei primi giorni dell’invasione Elena con i figli e con la sorella di Manfredi, Costanza, si era rifugiata a Lucera che con la sua cinta fortificata e con la guarnigione saracena poteva sembrare al riparo di ogni pericolo. Ma la rapida caduta di fortezze munite come San Germano e Rocca d’Arce, lo sbandamento delle forze di Manfredi inséguito ai successivi tradimenti, indussero Elena a trasferirsi a Trani, per imbarcarsi ed andare a cercare rifugio con i figli in Oriente, presso il padre. Al momento di partire Elena dovette provare l’immensa amarezza di vedere allontanarsi da sé quelli che credeva più fedeli.

Qualcuno rimase e un cronista anonimo ce ne ha tramandato i nomi: uno era Bartolomeo Amerosio di Trani, forse armatore, che aveva in città un amico sicuro fedele agli Svevi, il magistrato Lupone de Pavone.

Queste notizie furono rese note dagli studi del Forges Davanzati, Dissertazione sulla seconda moglie di re Manfredi e i loro figlioli, e del Del Giudice, La famiglia di re Manfredi – Napoli, 1880 .

I due fedeli pensarono di organizzare il salvataggio di Elena e dei quattro fanciulli imbarcandoli a Trani, per trasferirli sulla vicina costa greca.

La notizia che Manfredi era orto giunse a Lucera il tre marzo e nella notte stessa Elena lasciò la città con poco bagaglio e giunse a Trani: la nave era pronta , ma una furiosa mareggiata impedì alla sventurata d’imbarcarsi.

Fu necessario fermarsi e il custode del castello apprestò gli alloggiamenti per la breve sosta. Era lo stesso che otto anni prima aveva accolto Elena sposa venuta a raggiungere Manfredi vittorioso, splendente di giovinezza e di potenza.

Ma la notte stessa alcuni monaci dei molti inviati dal pontefice, che da tempo percorrevano il regno predicando la rivolta contro Manfredi, si presentarono al castello ed in nome della Chiesa e del re Carlo, nuovo sovrano, intimarono al custode, sotto minaccia di terribili pene non soltanto spirituali, di non lasciar ripartire Elena e i suoi e di tenere tutti prigionieri nel castello. […]

La vedova di Manfredi rimase qualche mese prigioniera nel castello di Trani. A Carlo parve per un momento che ella potesse divenire una pedina in un vasto gioco diplomatico d’influenze nell’Oriente latino, perché figlia del despota d’Epiro, o come eventuale moglie di qualche principe del quale fosse utile l’alleanza; e volle che fosse condotta a Lagopesole, dove egli si trovava per parlarle. L’incontro è storicamente certo, ma nessuno può dire quali ne siano stati lo scopo e il risultato. Elena dovette però deludere le speranze politiche di Carlo, poiché da Trani venne portata a Nocera condannata a prigionia perpetua, sebbene mitigata da un trattamento principesco.

I documenti della prigionia di Elena sono stati raccolti e pubblicati da Del Giudice

Separata dai quattro figli, dei quali non le fu data notizia, isolata da tutti quanti erano stati amici fedeli di Manfredi e ne avevano costituito la Corte, si spense sei anni dopo in età di ventinove anni… […]

E’ certo che la primogenita, Beatrice, venne separata dai fratelli: fu rinchiusa nel Catello dell’Ovo a Napoli, in una prigionia abbastanza indulgente dato che in nessun caso avrebbe potuto vantare diritti, perché donna e come cadetta, alla successione del padre. Riuscì a riconquistare la libertà dopo diciott’anni di prigionia nel 1284.

I tre maschi vennero rinchiusi in Castel del Monte, la mirabile costruzione che domina con le sue sei torri la pianura pugliese, voluta da Federico II, che forse non era riuscito a vederla compiuta. […]

Nel 1299 erano ancora prigionieri. Dopo trentatre anni di segregazione vennero trasferiti a Napoli.

Comedìa

Purgatorio III
Biondo era e bello e di gentile aspetto…

Tempo : Ore 7 circa antimeridiane: sole all’orizzonte – Domenica di Pasqua 10 aprile 1300

Luogo: Antipurgatorio. Spiaggia dell’isola ai piedi della montagna del Purgatorio

Peccatori: Negligenti: scomunicati

Personaggi: Virgilio, Dante, Manfredi di Svevia

Personaggi nominati: Costanza d’Altavilla – Costanza d’Aragona – Bartolomeo Pignatelli – Clemente IV

La natura dei corpi (vv. 1-45)

Dante si sta avvicinando al monte del Purgatorio. Quando si rende conto che la sua è l’unica ombra, teme di essere stato abbandonato da Virgilio; ma la sua guida lo rassicura e gli spiega che egli è spirito incorporeo e trasparente, anche se avverte, al pari delle altre anime, le percezioni fisiche di caldo o di gelo. Lo sollecita anche a non pretendere di capire tutto con l’intelletto come dimostrano i grandi sapienti antichi che ora sono nel Limbo: la loro altissima sapienza è imperfetta e resta eternamente inappagato il loro desiderio della conoscenza di Dio.

La schiera di spiriti scomunicati (vv. 46-102)

Mentre Virgilio, ai piedi del monte del Purgatorio, è incerto su quale strada prendere per salire, Dante vede arrivare un gruppo di penitenti, i quali si muovono come le pecore che, docili e tranquille, seguono sempre le prime della fila. Sono gli scomunicati, pentitisi all’ultimo momento: la lentezza del loro andare è segno della lentezza con la quale giunsero a convertirsi in vita. Queste anime osservano stupefatte che l’ombra di Dante resiste ai raggi del sole, perché il corpo del pellegrino si contrappone ai loro spiriti diafani. Virgilio le tranquillizza, spiega loro che Dante è vivo e che il suo viaggio è autorizzato da Dio. Rassicurate da Virgilio, che chiede loro informazioni sulla strada da percorrere, dicono ai due pellegrini di proseguire nella loro stessa direzione.

Il colloquio con Manfredi di Svevia (vv. 103- 145)

Dal gruppo si stacca un giovane, biondo, bello, di nobile aspetto, e con una ferita sul volto, che lo rende irriconoscibile agli occhi di Dante. L’anima si presenta come Manfredi, nipote di Costanza d’Altavilla, figlio dell’imperatore Federico II e padre di Costanza d’Aragona. Egli si è pentito in punto di morte dopo una vita di peccati e come scomunicato deve sostare, prima di poter entrare nel Purgatorio, trenta volte il tempo della sua scomunica. Chiede dunque a Dante di ricordarlo alla figlia che, con le sue preghiere potrà abbreviare la sua attesa.

E un di loro incominciò: «Chiunque
tu se’, così andando, volgi ‘l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza».

E una di quelle anime cominciò a dire: “Chiunque tu sia, mentre continui a camminare, volgi lo sguardo (verso di me): cerca di ricordare se di là (sulla terra) mi hai visto”.

Io mi girai verso di lui e lo guardai fisso: era biondo, bello e di aspetto nobile, ma un colpo di spada gli aveva spaccato uno dei sopraccigli. Quando io gli ebbi cortesemente negato di averlo mai visto, egli mi disse: “Guarda qui”; e mi mostro una ferita nella parte superiore del petto. Poi sorridendo disse: “Io sono Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza, per cui ti prego che, quando ritornerai nel mondo, tu vada dalla mia bella figlia, madre dei sovrani di Sicilia e d’Aragona e le dica la verità, se altro si racconta della mia sorte (ultraterrena). Dopo che il mio corpo fu trafitto da due ferite mortali, io piangendo mi affidai a Dio, che perdona volentieri. I miei peccati furono orribili ma l’infinita bontà divina ha delle braccia così grandi che accoglie chiunque si rivolge a lei. Se il vescovo di Cosenza, che fu nominato allora dal papa Clemente IV a darmi la caccia, avesse ben compreso questo aspetto di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora all’estremità del ponte presso Benevento, custodite dal pesante cumulo di pietre. Ora invece le bagna la pioggia e le muove il vento fuori dal regno di Sicilia, quasi lungo il fiume Garigliano, dove egli le fece trasportare con le candele spente.

Per le loro maledizioni non si perde l’amore eterno di Dio fino al punto che non si possa ritornare, finché la speranza ha ancora un briciolo di verde. E’ vero che chi muore fuori della Santa Chiesa, anche se alla fine si pente, deve stare fuori da questa montagna trenta volte il tempo che è stato ribelle , se questa sentenza non viene abbreviata dalle preghiere di chi è in grazia di Dio.

Vedi ormai se puoi farmi felice rivelando alla mia buona Costanza in quale condizione mi hai visto e anche questo divieto (di iniziare la purificazione); perché qui si progredisce molto per merito dei vivi”

Lascia un commento »